sabato 23 ottobre 2010

e non fa nulla che il cielo oggi non è azzurro

e non fa nulla che oggi il cielo non è azzurro. perchè il mio cuore batte e non so perchè. o forse lo so e non lo volgio ammettere. come quella frase ne Il diavolo in corpo di Raymond Rodiguet.

"...mi sforzai di non pensare a lei e per questo non pensavo ad altro che a lei."

e lo so che non dovrei che l'esperienza insegna e tutte queste stronzate così. ma alla fine conto solo io e quello che so fare e, più praticamente, quello che sono. vestire il vestito migliore e non essere un sinnerman. far finta che siamo nel settembre del millenovecentonovantanove. far finta di non pensare a lei. alla sua figura un pò così e a tutte le volte che l'ho vista e non ho avuto il coraggio di fermarla. a tutte le volte che l'ho aspettata e sicuramente non sarà lei. ma oggi non importa che il cielo non è azzurro. cercare i modi garbati e le parole giuste. cercare di prolungare la cosa e non sapere quello che si vuole. o forse saperlo e fare finta che non è importante. avere giusto un paio di ore. il tempo non esiste. alla fine è solo una convenzione. come tutto, del resto. chiedermi perchè il mio cuore batte forte e dispiacermi per la finta pizza da asporto ordinata ieri solo per riuscire a rubare un piccolo appuntamento con lei. una scusa come un'altra solo per riuscire a parlarci qualche minuto e vedere come va. sentirmi me stesso con tutto quello che ne consegue. fare la cosa giusta, prosaicamente parlando. non pensare. cosa impossibile. le cose impossibili non esistono, dice qualcuno. ed io sono talmente stupido da crederci.

sabato 9 ottobre 2010

A Warrior

‎"To be a warrior is not a simple matter of wishing to be one. It is rather an endless struggle that will go on to the very last moment of our lives. Nobody is born a warrior, in exactly the same way that nobody is born an average man. We make ourselves into one or the other."
Warrior Noxah Palomo

venerdì 1 ottobre 2010

Do

the evolution

venerdì 17 settembre 2010

Nel nome degli uragani

Dare il nome ad un uragano, è molto complesso.

Architecture Photography



Altri 99 esempi qui

lunedì 30 agosto 2010

I blog di un grandissimo...


Il blog di Gipi.
Ed il blog di Gipi francese.

giovedì 26 agosto 2010

Una frase

Ho perso un po' la vista, molto l'udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent'anni.
Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente.

Rita Levi Montalcini

mercoledì 25 agosto 2010

Una storia

C'era una volta un contadino che aveva un bellissimo cavallo. Quel cavallo un giorno scappò via dalla sua fattoria.

Tutti gli amici del contadino andarono a casa sua a dirgli:
-Che peccato che il tuo cavallo bellissimo è scappato, ci dispiace molto per questa cosa che è successa.
Il contadino rispose:
-Grazie amici ma non è detto che il cavallo fuggito sia una cosa cattiva.

Dopo un pò di tempo il cavallo ritornò e insieme a lui c'erano altri dieci cavalli che lo avevano seguito.

Tutti gli amici del contadino andarono a casa sua a dirgli:
-Che bello che il tuo cavallo bellissimo è tornato insieme ad altri dieci cavalli, siamo molto contenti per te per questa cosa che ti è successa.
Il contadino rispose:
-Grazie amici ma non è detto che il cavallo ritornato con dieci cavalli giovani è una cosa buona.

Dopo un pò di tempo il filgio del contadino, con tutti questi cavalli, imparò ad andare a cavallo e, cadendo mentre cavalcava, si ruppe una gamba.

Tutti gli amici del contadino andarono a casa sua a dirgli:
-Ci dispiace che tuo figlio è caduto e si è rotta una gamba, ci dispiace molto per questa cosa che è successa.
Il contadino rispose:
-Grazie amici ma non è detto che mio figlio che si rompe una gamba è una cosa cattiva.

Dopo un pò di tempo scoppiò una guerra e tutti i giovani del villaggio dovettero andare in guerra e morirono mentre
il figlio del contadino grazie alla gamba rotta non andò in guerra e si salvò...

Alla fine non possiamo mai sapere quale strada Dio ha per noi...

venerdì 20 agosto 2010

Per favore

non date del "Tu" a mia madre.
Esigo un "Lei".
Grazie.

lunedì 16 agosto 2010

Waterlife

Minchia che sito:

http://waterlife.nfb.ca/

(ma ci vuole un computer potente...)

domenica 15 agosto 2010

Bad actor

e mi sento un pò un cattivo attore. non nel senso comportamentale, ma nel senso recitativo. come se mi avessero dato una parte che non mi piace. e che quindi fatico ad impersonare.

è estate e fa caldo e forse avrei bisogno di qualche scossa per svegliarmi. non dovrei confondere le carezze con le onde. non dovrei fare le pornofoto. non dovrei ed invece lo faccio. poi ci rimango male e a questa età è più difficile capire, paradossalmente. perchè a maggio non si va a praga. chi vuole capire capisca.

un sacco di gente pensa ancora che questo sito si chiami nettezza urbana. giuro. vabbuò...

esco sennò vado in depression. bye bye.

giovedì 22 luglio 2010

London

20 giorni che mi sono trasferito.20 giorni d'inferno, a lottare con i soliti problemi di sempre.E' dal 2007 che circa ogni anno e mezzo cambio città, Stato, lingua o posto di lavoro.So che tutto si aggiusterà, che la vita è così, che le ambizioni etc etc.Ma qua ancora nessuno ha capito che io voglio solo lavorare bene con uno stimpendio dignitoso, adeguato alle mie capacità.Una volta era normale, adesso si deve girare il mondo per essere normali.
Voglio andare al mare, cantava Vasco Rossi....

venerdì 9 luglio 2010

che tarda ad arrivare

a volte avrei bisogno davvero di un lavaggio del cervello. avrei bisogno di non avere le orecchie che mi fischiano di continuo ed avrei bisogno di cambiare il mio passato. non ho bisogno di gente ad orologeria nè di messaggi che non ricevono risposta. non ho bisogno di questo caldo infernale, tanto io il caldo che ho provato l'estate scorsa penso non lo proverò mai più in vita mia. il probelma forse è che mi è rimasto dentro e non riesco a levarmelo di dosso quel caldo orribile. e a volte vorrei essere un asceta. forse se mi concentro davvero, ci riesco. non sentire niente, non provare niente, non temere niente. avrei bisogno di riuscire a controllare ogni battito del mio cuore come si fa con un metronomo. con un leggero tocco del dito, riuscire a decelerare e a accelerare a mio piacimento. averci sempre una fottuta paura del domani e non riuscire a pensare razionalmente quasi a nulla. avrei bisogno di un bignami che mi spiega le cose come sono, le cose come girano. avrei si, avrei bisogno di sapere le cose, quello che sono state, quello che sono e quello che saranno. ed ho bisogno di non fare certi sogni la notte che poi mi fanno svegliare più negativo di come mi vado a coricare. ma, più probabilmente, ho solo bisogno di una vacanza che tarda ad arrivare.

giovedì 8 luglio 2010

martedì 6 luglio 2010

Back to the future - Oggi è il sei luglio 2010



Oggi siamo nel futuro

sabato 19 giugno 2010

Siccome c'è il mondiale di calcio

mi sembra giusto ripostare la seguente su Moacyr Barbosa (pezzo di Darwin Pastorin) :

Su di tutti, però, mi è venuta in mente la storia ancor più triste di Moacyr Barbosa, protagonista di quella finale indimenticabile del 16 luglio 1950, che segnò una nazione e decretò la fine di un'uomo.
Partita tanto decantata dai nostri avi e dagli almanacchi da farmi vedere e rivedere svariate immagini e leggere vari articoli.
Così, stasera, vorrei approfittarne per raccontare la sua storia, anzi, la tua storia (se mi conseti il tu), Moacyr, perchè certe cose non si dimenticano, non vanno dimenticate anche se ormai lontane più di 50 anni.
Perchè il calcio, in fondo, non è altro che il racconto di tante storie.
Ricordo quel silenzio, Moacyr Barbosa, c'era solo quel silenzio. E tu per terra. E il pallone in rete. E quel silenzio. Duecentoventimila persone ammutolite. Gli uruguayani si abbracciarono senza dire una parola. Ghiggia, l'autore del gol del 2-1 dell'Uruguay sul Brasile, aveva le lacrime agli occhi: forse non era felicità, forse era la consapevolezza di aver decretato la fine di un'uomo. Obdulio Varela, il capitano della Celeste, mormorò ai suoi compagni:"Adesso sì, adesso potete guardare in alto, la gente. Ora non fa più paura".
Tu, Moacyr, chinasti il capo per la prima volta nella tua vita. Tu, primo portiere nero della Nazionale brasiliana, avevi subito mille offese, "negro!" ti urlavano con disprezzo: ma mai avevi abbassato la testa. Nemmeno quando, nel 1940, un barbiere di Porto Alegre ti schiumò in faccia: "Vattene, qui non serviamo i negri". Tu semplicemente, lo guardasti fisso negli occhi. Sorridendo, sì sorridendo. E fu lui ad arrossire.
16 luglio 1950, ultimo atto della Coppa Rimet, stadio Maracanà di Rio de Janeiro: tu, Moacyr, sei morto quel giorno. Per una rete. Non ci fu nessuna festa, nessun carnevale, nessun suono di tamburo, nessuna stella filante. Il Brasile scopriva il dolore del pallone. Il 7 aprile 2000 sei morto, a 79 anni, un ictus, hanno decretato i medici. Non è vero. Tu sei morto per un gol, la tua è stata una condanna a vita, per una colpa non commessa. I giornalisti ed i brasiliani sono stati i tuoi assassini. Ti hanno deriso senza regalarti un'ultima parata, un gesto d'affetto. Ti hanno lasciato solo, scegliendo il silenzio e cancellandoti dalle cronache. Dal 1950 ad oggi, ti hanno lasciato per terra, sul prato del Maracanà. In questa misera pagina di questo blog vorrei far conoscere a tutti la tua storia e rendere gloria a te Moacyr, e a quel calcio che ancora conosceva il sentimento, la poesia, l'odore della zolla, la maglia di flanella senza sponsor, pesante d'estate, leggera d'inverno, coi numeri troppo grossi, numeri che narravano l'uomo prima del giocatore, con il giovane apprendista campione che portava la sacca dei palloni e il funambolo che, di nascosto, all'ombra di un'albero, fumava l'ennesima sigaretta.
E il portiere volava da un palo all'altro, proprio come facevi tu, Moacyr Barbosa, gloria del Vasco de Gama e della Selecao. Dai filmati ho visto che avevi quel modo unicamente tuo di bloccare la palla: saltavi con l'attaccante, prendevi il pallone con una mano, lo portavi al petto e soltanto in quel momento lo bloccavi con due mani.
Tu, Moacyr, sei stato un portiere immenso. Pensa che ironia: i giornalisti presenti al mondiale del 1950 ti nominarono miglior estremo difensore della manifestazione! Ma per i brasiliani quella non fu altro che la beffa nella tragedia. Sì, tragedia. Per una partita di calcio. Suicidi, persone impazzite, depresse, incapaci di superare quel trauma. Assurdo, eppure anche a questo riesce ad arrivare l'uomo quando delega ad altro o ad altri la propria felicità. Tutto per quel gol di Ghiggia. "Un gol che ho rivissuto un milione di volte" ripetevi.
Quando passeggiavi con la tua adorata moglie Clotilde, ogni tanto, qualcuno, riconoscendoti diceva: " E' barbosa, quello che ci ha fatto perdere la Coppa. Porta sfortuna". Tu non ascoltavi, tu avevi lei, Clotilde. E in quegli attimi svaniva Ghiggia, svaniva quel gol, svanivano le dicerie. Potevi addormentarti sereno e pensare ai giorni di Campinas, quando lavoravi in una fabbrica di imballaggi e, nel poco tempo libero, ti mettevi tra i pali. Ed eri bravo, attento e spericolato. Ti proposero di andare a provare per l'Ypiranga, uno degli undici club del campionato brasiliano delgi anni quaranta. Con l'Ypiranga, conquistasti 3 titoli paulisti e fu l'inizio di una carriera folgorante. Un nero, portiere? Chi lo avrebbe mai detto? Un nero capace di parare l'impossibile, di respingere le insidie del destino, le contraddizioni di un Brasile multirazziale e cosmopolita, ma socialmente razzista.
Fino al 16 luglio 1950: quel giorno, il fato ti voltò le spalle, Moacyr Barbosa. E cominciò la tua lunga stagine all'inferno. La tua crocifissione. Per un gol. Per un solo, misero gol.
Ho letto da qualche parte che per anni, in Brasile la gente diceva." Qui è come in America, negli Atati Uniti. T'impegni, ti sacrifichi, sputi il sangue e ti sistemi per tutta la vita. Ma se commetti un errore fai la fine di Barbosa". E altri:" E' un nome che va' detto piano, senza farsi sentire. Perchè Barbosa era il portiere del Brasile del Mondiale Maledetto. Se sbagli sei come lui. Morto. Messo alla gogna. Vuoi offendere qualcuno? Dagli del barbosa. Quello diventa una furia".
In tanti anni di calcio, barbosa evitò chissà quanti goal senza mai fare male a nessun attaccante. Ma in quella finale del 1950 l'uruguayano Ghiggia lo aveva sorpreso con un tiro secco dal vertice destro dell'area. Barbosa, che era leggermente avanzato, spiccò un salto all'indietro, sfiorò la palla e ricadde. Quando si rialzò, sicuro di aver deviato il tiro, trovò il pallone in fondo alla rete. E quello fu il gol che sconvolse lo stadio Maracanà e consacrò campione l'Uriguay.
Ho letto che qualche anno fa, nel 1993, durante le eliminatorie per il Mondiale degli Stati Uniti, Barbosa volle fare gli auguri ai giocatori della Nazionale brasiliana. Andò a visitarli in ritiro, ma le autorità calcistiche gli vietarono l'ingresso. Barbosa commentò:" In Brasile la pena più lunga per un crimine è trent'anni di carcere. Io da quarantatrè anni pago per un crimine che non ho commesso".

lunedì 14 giugno 2010

10 giugno 2010

Maledetto io e maledetto il mio insensato, inutile e ridicolo bisogno d'amore.Mi chiedono come faccio a stare sempre da solo, che ipocrisia.La solitudine non è essere soli, ma amare gli altri inutilmente.

(Daniele M. Spalluto)