giovedì 31 dicembre 2009

2009-2010

bel anno del cazzo il 2009. davvero bel anno del cazzo. per fortuna sta finendo. io di solito non ci penso tanto a queste stronzate dell'ultimo dell'anno e dell'inizio dell'anno nuovo ecc ecc.
ma questo anno del cazzo deve finire.

inoltre, neanche un fine anno in santa pace mi hanno fatto fare... bah...

pure post incomprensibili...

buon anno.

Yn znezbggn un ebggb vy pnmmb.

Svanyzragr ha zrgbqb cre cbfgner va yvoregà.Pur frafb un nooenppvnezv puvrqraqbzv qryyn zvn ivgn fr qn aba fb dhnagb grzcb zv unv pnapryyngb qn Snprobbx?Frv cnmmn,fprzn b fbyb han rabezr Tvbinar Znezbggn?Vb cebcraqb cre y'vcbgrfv znezbggn, gv pbabfpb gebccb orar, r fb pur frv han oenin crefban, va sbaqb, r vb ibtyvb vy ghb orar.Zn pregr pbfr qv snppvngn napben pr yr unv r vb zny yr gbyyreb.
Nqrffb, pneb Qbzravpb prafhenzv napur dhrfgb.


Adesso non rompete con l'incomprensibilitò, qualcuno lo ha voluto.Buon Anno Nuovo.

mercoledì 30 dicembre 2009

Moacyr Barbosa

La fonte non la ricordo ma quello che segue l'ha scritto Darwin Pastorin...

Su di tutti, però, mi è venuta in mente la storia ancor più triste di Moacyr Barbosa, protagonista di quella finale indimenticabile del 16 luglio 1950, che segnò una nazione e decretò la fine di un'uomo.
Partita tanto decantata dai nostri avi e dagli almanacchi da farmi vedere e rivedere svariate immagini e leggere vari articoli.
Così, stasera, vorrei approfittarne per raccontare la sua storia, anzi, la tua storia (se mi conseti il tu), Moacyr, perchè certe cose non si dimenticano, non vanno dimenticate anche se ormai lontane più di 50 anni.
Perchè il calcio, in fondo, non è altro che il racconto di tante storie.
Ricordo quel silenzio, Moacyr Barbosa, c'era solo quel silenzio. E tu per terra. E il pallone in rete. E quel silenzio. Duecentoventimila persone ammutolite. Gli uruguayani si abbracciarono senza dire una parola. Ghiggia, l'autore del gol del 2-1 dell'Uruguay sul Brasile, aveva le lacrime agli occhi: forse non era felicità, forse era la consapevolezza di aver decretato la fine di un'uomo. Obdulio Varela, il capitano della Celeste, mormorò ai suoi compagni:"Adesso sì, adesso potete guardare in alto, la gente. Ora non fa più paura".
Tu, Moacyr, chinasti il capo per la prima volta nella tua vita. Tu, primo portiere nero della Nazionale brasiliana, avevi subito mille offese, "negro!" ti urlavano con disprezzo: ma mai avevi abbassato la testa. Nemmeno quando, nel 1940, un barbiere di Porto Alegre ti schiumò in faccia: "Vattene, qui non serviamo i negri". Tu semplicemente, lo guardasti fisso negli occhi. Sorridendo, sì sorridendo. E fu lui ad arrossire.
16 luglio 1950, ultimo atto della Coppa Rimet, stadio Maracanà di Rio de Janeiro: tu, Moacyr, sei morto quel giorno. Per una rete. Non ci fu nessuna festa, nessun carnevale, nessun suono di tamburo, nessuna stella filante. Il Brasile scopriva il dolore del pallone. Il 7 aprile 2000 sei morto, a 79 anni, un ictus, hanno decretato i medici. Non è vero. Tu sei morto per un gol, la tua è stata una condanna a vita, per una colpa non commessa. I giornalisti ed i brasiliani sono stati i tuoi assassini. Ti hanno deriso senza regalarti un'ultima parata, un gesto d'affetto. Ti hanno lasciato solo, scegliendo il silenzio e cancellandoti dalle cronache. Dal 1950 ad oggi, ti hanno lasciato per terra, sul prato del Maracanà. In questa misera pagina di questo blog vorrei far conoscere a tutti la tua storia e rendere gloria a te Moacyr, e a quel calcio che ancora conosceva il sentimento, la poesia, l'odore della zolla, la maglia di flanella senza sponsor, pesante d'estate, leggera d'inverno, coi numeri troppo grossi, numeri che narravano l'uomo prima del giocatore, con il giovane apprendista campione che portava la sacca dei palloni e il funambolo che, di nascosto, all'ombra di un'albero, fumava l'ennesima sigaretta.
E il portiere volava da un palo all'altro, proprio come facevi tu, Moacyr Barbosa, gloria del Vasco de Gama e della Selecao. Dai filmati ho visto che avevi quel modo unicamente tuo di bloccare la palla: saltavi con l'attaccante, prendevi il pallone con una mano, lo portavi al petto e soltanto in quel momento lo bloccavi con due mani.
Tu, Moacyr, sei stato un portiere immenso. Pensa che ironia: i giornalisti presenti al mondiale del 1950 ti nominarono miglior estremo difensore della manifestazione! Ma per i brasiliani quella non fu altro che la beffa nella tragedia. Sì, tragedia. Per una partita di calcio. Suicidi, persone impazzite, depresse, incapaci di superare quel trauma. Assurdo, eppure anche a questo riesce ad arrivare l'uomo quando delega ad altro o ad altri la propria felicità. Tutto per quel gol di Ghiggia. "Un gol che ho rivissuto un milione di volte" ripetevi.
Quando passeggiavi con la tua adorata moglie Clotilde, ogni tanto, qualcuno, riconoscendoti diceva: " E' barbosa, quello che ci ha fatto perdere la Coppa. Porta sfortuna". Tu non ascoltavi, tu avevi lei, Clotilde. E in quegli attimi svaniva Ghiggia, svaniva quel gol, svanivano le dicerie. Potevi addormentarti sereno e pensare ai giorni di Campinas, quando lavoravi in una fabbrica di imballaggi e, nel poco tempo libero, ti mettevi tra i pali. Ed eri bravo, attento e spericolato. Ti proposero di andare a provare per l'Ypiranga, uno degli undici club del campionato brasiliano delgi anni quaranta. Con l'Ypiranga, conquistasti 3 titoli paulisti e fu l'inizio di una carriera folgorante. Un nero, portiere? Chi lo avrebbe mai detto? Un nero capace di parare l'impossibile, di respingere le insidie del destino, le contraddizioni di un Brasile multirazziale e cosmopolita, ma socialmente razzista.
Fino al 16 luglio 1950: quel giorno, il fato ti voltò le spalle, Moacyr Barbosa. E cominciò la tua lunga stagine all'inferno. La tua crocifissione. Per un gol. Per un solo, misero gol.
Ho letto da qualche parte che per anni, in Brasile la gente diceva." Qui è come in America, negli Atati Uniti. T'impegni, ti sacrifichi, sputi il sangue e ti sistemi per tutta la vita. Ma se commetti un errore fai la fine di Barbosa". E altri:" E' un nome che va' detto piano, senza farsi sentire. Perchè Barbosa era il portiere del Brasile del Mondiale Maledetto. Se sbagli sei come lui. Morto. Messo alla gogna. Vuoi offendere qualcuno? Dagli del barbosa. Quello diventa una furia".
In tanti anni di calcio, barbosa evitò chissà quanti goal senza mai fare male a nessun attaccante. Ma in quella finale del 1950 l'uruguayano Ghiggia lo aveva sorpreso con un tiro secco dal vertice destro dell'area. Barbosa, che era leggermente avanzato, spiccò un salto all'indietro, sfiorò la palla e ricadde. Quando si rialzò, sicuro di aver deviato il tiro, trovò il pallone in fondo alla rete. E quello fu il gol che sconvolse lo stadio Maracanà e consacrò campione l'Uriguay.
Ho letto che qualche anno fa, nel 1993, durante le eliminatorie per il Mondiale degli Stati Uniti, Barbosa volle fare gli auguri ai giocatori della Nazionale brasiliana. Andò a visitarli in ritiro, ma le autorità calcistiche gli vietarono l'ingresso. Barbosa commentò:" In Brasile la pena più lunga per un crimine è trent'anni di carcere. Io da quarantatrè anni pago per un crimine che non ho commesso".

martedì 29 dicembre 2009

Favoletta Morale Il Ritorno-Haiku

Znezbggr volanti
Foglie invernali
a Via Gradoli.

lunedì 28 dicembre 2009

Fryday I'm in love

Qui mettono musica nuova ogni venerdì. Friday Mix Tape.

sabato 26 dicembre 2009

Ma si può essere più testa di cazzo?

Ma sereno di cosa, testa di cazzo... Non solo ti hanno spaccato la faccia . Mancava poco lo facevano anche a quell'altro campione...

giovedì 17 dicembre 2009

Se il clima fosse una banca

Riguardo al vertice che si sta svolgendo in questi giorni a Copenaghen sul clima e che non sta portando a nulla di concreto o di buono, la cosa più intelligente l'ha detta Chavez che dice:

«Se il clima fosse una banca l'avrebbero già salvato»

Fantastico

mercoledì 16 dicembre 2009

L' Italia

E' un bel posto con un brutto nome. Ahahah.

martedì 15 dicembre 2009

2009 in foto


Bella galleria di Big Picture.

lunedì 14 dicembre 2009

Questa non la sapevo...

qui. Dopo qualche ora gli avrebbero spaccato la faccia. Mah...

giovedì 10 dicembre 2009

Appena acceso Facebook ho trovato


my friends

Calendario dell'avvento



Giorno per giorno,su Big Picture,immagini del telescopio Hubble.

lunedì 7 dicembre 2009

Solo roba a via Panicale (AKA come non tornerà più viale don minzoni)

e ora che comincio a portare le robe e a via borgo san lorenzo 3. una casa a mostro.

e non pensare al domani. ed essere sempre sulla strada con il cruscotto davanti e certi colori. ma invece no, ed essere ancorato a certe cose che è difficile lasciare soprattutto se quei due intorno sono come il gatto e la volpe. ed io sarei un pò pinocchio. solo che non ci sono paesi dei balocchi. ne tantomeno fate turchine. solo cose che dovrei lasciare. e cose che devo lasciare. come la mia casa in via panicale.

come la casa qui in via panicale. che non mi sembra quasi possibile. dopo circa 9 anni tondi tondi. sfioro il decennio, come disse qualcuno su altre storie. e che mi ricordo si mi ricordo le varie storie. le telefonate assurde con la tonnaressa e con la supermercatessa dopo anni. dal telefono fisso attaccato al muro accanto la finestra della mia stanza. mi ricordo bene la prima chiamata con la supermercatessa ad esempio. ora il telefono non c'è più da anni e c'è dello stucco che copre i fori degli attacchi al muro. due ore mezza di telefonata dopo cinque anni che non ci vedevamo. due ora e mezza di telefonata che ora rimarrà qui. come il pacco di katie che mi sono portato dietro e penso di non averlo mai aperto ed è sopra l'armadio bianco.
e poi come una polaroid quelli che hanno abitato con me. gente diversa e gente migliore. alcuni strani. che quando dormono russano talmente forte che li senti anche se hai chiuso due porte. che ti bruciano le bollette e poi se ne vanno a vendere olio in Inghilterra. e poi la bellissima mariana messicana. e ricordarla di schiena nella penombra con solo le lenzuola che le coprono le gambe. e poi ce ne sarebbero diverse ed è stolto fare liste ma era il tempo di

... e scrivere tantissimo in questo gelido gennaio 2005 che sta oramai per finire. scrivere in media una volta al giorno. ascoltare rhubarb di aphex e rilassarmi. fissare il cornicione di un palazzo da sotto, con il cielo azzurro pieno come sfondo. mentre aspetto laura che sta guardando delle cartoline. preferisce quelle in bianco e nero ed adora fontana di trevi. guardo il cielo che è blu e si staglia sul profilo del cornicione e penso alla mia vita. mi accorgo della piena luce, non fatico a respirare. il cuore passa pari. poi rivolgo lo sguardo su di lei e lei ricambia.

ed essere stato forse innamorato un centinaio di volte in questo decennio. ci sta. averne trovato poche ma averne trovato. questo è l'importante.

e lascerò questo

e sono giorni violenti questi. giorni senza data che la data si mette alla fine. giorni che non mi senti la fatica. ma non è vero. giorni che non sono on fire e non ho nessun coltello che mi squarcia il cuore e forse può essere questo. sfuriate che fanno bene alla fine sono esperienza penso. questa e fantomatica esperienza che dovrei fare se mi decido. a volte è bello mettermi su google maps e con la manina girare il mondo e guardare bene in tutti i posti. tipo mi sento di poter scegliere qualsiasi posto sulla terra. paranoia volo permettendo e scomparendo. ed io non riesco a capire se sono un pessimista o meno. se le cose mi toccano e mi fanno bene e cerco di sforzarmi. forse la scrittura creativa aiuta. come stefanie in questi giorni difficili. bello la mattina intorno alle nove passare accanto al duomo o in bici o a piedi che sia. con i primi turisti del giorno e delle bellezze che non ti dico. e a volte mi soffermo a guardarla e mi fa una tenerezza che fa male. è strana come sensazione. non penso di averla mai provata per nessuna. in another day dei cure. non è amore perchè lo so. ed anche il ripetercelo continuamente. e non potrebbe mai essere. ma le voglio davvero bene. e sono giorni difficili. nei quali sto alla finestra, aspettando che il giorno vada come dicono i cure. forse i'm soo tired and i can't sleep come dice cobain. e sono demon days questi. ed io che devo decidere cosa fare del mio futuro. esattamente questo. devo decidere cosa fare del mio futuro. se partire o se rimanere. viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti. e domani dormirò. mi riposerò dalla fatica e dalla pesantezza di questo 21 gennaio. e dalla gentilezza di patrizia. mi sveglierò e farò colazione giù. diciamo mi sono preso un giorno libero. una passeggiata nel parco. poi rassetterò un pò tutto qui a via panicale. e così via. firenze 21/22 gennaio 2009

ed anche questo

e passa di tutto sotto la mia finestra. la mia via panicale. che ogni volta che mi affaccio mi viene regalato un quadretto diverso. passano donne e bambini. passano puttane e papponi. ci sono i tossici duri a morire che li riconosci al primo sguardo. quell’aria disfatta e nulla li porterà a come quando erano bambini. e non si riesce manco a trovare fumo qui a via panicale. ma solo roba per i fattoni duri a morire. passa gente di colore e passa gente che poi non passerà mai più. girano macchine di mille tipi diversi e biciclette di dubbia provenienza. passa la madama e passano i caramba. passano signore benpensanti ingioiellate di tutto punto. e passano coppiette mano nella mano o altre ancora che litigano di brutto. passano i punkbestia con i loro cani dall’aspetto ferocissimo ma in fondo buoni. passano studenti che hanno il passo veloce e deciso in direzione della stazione che se non si sbrigano perdono il treno. passa gente che invece sta venendo dalla stazione e te ne accorgi perché hanno le valigie con le rotelle e sono pesantissime le valige lo vedi dalla loro mole. passano i meravigliosi bimbetti di colore come anche i bimbetti cinesi che sembrano appena usciti da un manga. passano anche ragazze di una bellezza inconcepibile, alte e slanciate e perfette nelle loro movenze, non si curano di nulla e guardano avanti a loro attraverso le lenti a specchio fumo e camminano sicure anche se non devono andare in nessun posto. passa gente che cammina ciondoloni, lenta lenta con una mezza sigaretta accesa in mano.
e quest'altro
firenze 18 novembre 2007 everything i do always come back to me sono quasi le sette di sera. o di pomeriggio. alla fine è uguale. una di quelle giornate che non ti dico. causa febbre, causa sogni strani che faccio la notte sulla supermercatessa ancora, una giornata che non ti dico. pensare a lasciare firenze perchè oramai io qui non mi diverto più. forse perchè alla fine mi manca una lei e non ce la faccio ne mi sforzo a trovarla qui. affacciarmi alla finestra e vedere le coppiette che passano. vederele coppie mature con i bambini che passano. vedere una mare di passeggini. ho una voglia incredibile di prendere la mia vita per le corna e farle fare quello che dico io. poi mi misuro la febbre e vedo che è fissa da due giorni su trentotto meno due. e ciò mi basta per farmi premere il tasto pausa. paura non ne ho. cosa può capitarmi? poco a cui non sono abituato. ho un freddo fottuto e forse è dovuto al fatto che non faccio molto sport e il mio corpo è fuori allenamento. appena mi riprendo per bene ricomincio a muovermi. sembra invece che mi sia ripreso da questa ultima estate e voglio che questo cazzo di duemilasette passi in fretta perchè ne ho le palle piene di stare allo studio e sentire la puzza del sigaro di graziano mentre smadonna di continuo perchè le linee di autocad non combaciano al millesimo di millimetro. e vagli a parlare di caos sovrano e ordine cosmico a questa gente. vabbè. mi sono rotto le palle di questo anno di merda che sta per finire tra un mese e che mi ha solo preso in giro con tre settimane che mi hanno cambiato al vita in agosto. sembra lontana decenni quella sera su piazza commercio con pasquale e silvia a fare aperitivo e poi arriva lei e poi comincia lo strazio di questa estate sciagurata. sembra lontana decenni e sembra poco il mio potere decisionale sulla cosa. boh. sarà colpa del trentotto meno due di stasera. pensare alla mia vita e vedere che non è facile cambiare. non è per nulla facile cambiare ritmo di vita e non è facile per niente prendere e lasciare via panicale, il rubinetto del bagno che perde e i rumori a tutte le ore. con tutto quello che ne conseguirebbe. ma io devo farlo ed è una sensazione definitiva quella che oggi mi sento appiccicata addosso. dopo ieri sera. pizza con enzo marilena sandro orlando al massimo qualcosa da bere dopo. e penso all'andare in inghilterra e lasciare tutto al palo. capire che ancora non ho trent'anni e questa età non tornerà come non torneranno i vent'anni. come non tornerà più viale don minzoni. avere le mani ghiaccio per il freddo. e non curarmene. avere la testa un pò pesante causa febbre sciagurata che sento che sta salendo. non voglio più prendere medicine. le cose devono fare il proprio corso. e tutto quello che faccio, mi ritorna sempre indietro. tutto quello che faccio, mi ritorna sempre indietro. penso sempre a questa frase da qualche giorno. da quando l'ho letta su un libro di design. è una cosa a cui penso sempre e penso che da quel momento la mia vita è un poco cambiata. come se avessi scoperto l'acqua calda, una cosa da nulla ma che è importante. davvero importante. ogni gesto, ogni parola ed ogni azione, poi mi torna indietro. un pò come ho sempre pensato. solo che vedere il tutto richiuso in una unica frase mi ha fatto un pò strano. e mollare firenze per andare a lavorare a londra. magari. il magari non esiste.

e questo ed altro lascerò. e chissà cosa verrà domani.

venerdì 4 dicembre 2009

Google Moon, Google Mars e Google Sky.

Li scopro solo ora.
Moon
Mars
Sky

giovedì 3 dicembre 2009

La terribile influenza

è già quasi finita

mercoledì 2 dicembre 2009

Sentirsi un pò così

Hoist that rag. Tom Waits

martedì 1 dicembre 2009

Non mi stupirei

se domani Fini si dimettesse.

Non so se è una intervista di destra o di sinistra

però parla di Fini in un modo che lo prende in giro.